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La Storia di Nizza di Sicilia e i suoi Personaggi

ORIGINE DEL TERRITORIO

 

Ci sono voluti circa 200 milioni di anni perché il bacino del Mediterraneo diventasse così come è oggi. La formazione delle Alpi e degli Appennini e della loro propaggine siciliana - che per il nostro territorio corrisponde ai monti Peloritani - avvenuta per corrugamento e quindi sollevamento della crosta terrestre; il deposito a valle dei detriti secondari alla loro erosione; le sedimentazione di soluti durante le fasi di tragsressione del mare con deposizione di strati di terreno ricchi di fossili tipici di ciascun strato e le successive regressioni marine con l'emersione di terre sommerse; l'azione alluvionale dei corsi d'acqua come i nostri torrenti Fiumedinisi e Landro, che hanno trascinato a mare terreno e ciottoli, hanno contribuito alla formazione di questo territorio, che quindi si può considerare avvenuta, fatta eccezione per i Peloritani che risalgono all'era Ceno-mesozoica, durante il Plio-pleistocene (5-1,8 milioni di anni fa).

STORIA

All'attuale assetto territoriale il comune di Nizza di Sicilia perviene attraverso una serie di modifiche che subisce nel corso dei secoli, le cui linee essenziali possono essere tracciate dividendo artificiosamente la storia di questo territorio in due periodi: uno antico, poco conosciuto sul quale è possibile fare ad oggi solo supposizioni, ed uno più recente, abbastanza conosciuto e anche più documentato.

PERIODO ANTICO

Tamaricium Palmarum - La sede di questo sito è abbastanza controversa così come incerto è il toponimo. Tamaritio Palmarum o Palma Tamerici o Tamaricium Palmarum, identificata da diversi autori con Phoenix, località in cui secondo Appiano Alessandrino pernottò l'esercito di Pompeo prima della battaglia navale contro Ottaviano nel 36 a.C., viene situata da diversi autori lungo una fascia piuttosto estesa della riviera jonica messinese compresa tra S. Alessio ed Alì Terme, denominata un po' da tutti gli studiosi "costa tamariciana".
Secondo Cluverio, però il sito potrebbe localizzarsi "ad Nisi ostium" quindi alla foce del torrente Fiumedinisi, in base a quanto è riportato negli "Itineraria" di Antonino Pio (III sec. d.C.), che lo posizionano a 20 mila passi da Messina e 15 mila passi da "Per Tauromenion Naxo". Questo territorio fu attraversato dalla strada Consolare Valeria e quindi percorso da viaggiatori almeno fin dai tempi dei romani come tra l'altro testimonia il ritrovamento sulla spiaggia di monete risalenti a quel periodo.

Al Igiasah o Al Iggasah ("il susino" secondo Michele Amari; o "la pera" dall'arabo "I-gasa") dovrebbe essere il nome della odierna Nizza di Sicilia. Michele Amari, nel tradurre il lavoro del geografo arabo Idrisi, identifica questa località con Marina di Fiumedinisi.
Cognomi come Elemicch, denominazioni come quartiere dei Saraceni, che deriva il suo nome dalla Via Saraceni, oggi via Medici e quartiere dei Beduini, situato a ridosso del torrente Fiumedinisi, lasciano supporre che in questa località vivesse un gruppo di Arabi.

PERIODO RECENTE

Marina di Fiumedinisi - il 15 Maggio 1392, re Martino e la regina Maria, concedono il casale e il castello di Fiumedinisi a Tommaso Romano Colonna per aver ridotto alla loro ubbidienza la città di Messina.
Questi, per i servigi resi alla Corona, possiederà anche il territorio che va dal torrente Fiumedinisi a S. Alessio. Egli cedette fin dal 1408 al figlio Filippo la baronia di Fiumedinisi che comprende il territorio tra il torrente omonimo e l'odierno torrente Allume. Il tratto di riviera compreso tra questi due torrenti è la cosiddetta marina di Fiumedinisi
Questa manterrà il nome fino al 1613, anno in cui la vedova di Antonino Romano Colonna, duca di Fiumedinisi sposa Giovanni La Rocca, proprietario di Lumera o Allumera. Con tale matrimonio quella parte della marina di Fiumedinisi che si estende all'odierno castello d' Alcontres al torrente Allume diventa Marina di Roccalumera. La parte invece che va dal castello al torrente Fiumedinisi manterrà ancora per oltre 200 anni la denominazione di Marina di Fiumedinisi.

San Ferdinando - in seguito alla petizione di un centinaio di cittadini delle due Marine, capeggiati da don Emmanuele (sic) Iterdonato, Ferdinando II di Borbone emana il Real Decreto n. 1405 del 18 Dicembre 1849 col quale riunisce le due Marine sotto il nome di San Ferdinando. Il nuovo comune riceverà da Fiumedinisi 241 ettari del terreno boschivo, che assumerà e manterrà il nome di bosco di San Ferdinado.

Nizza di Sicilia - con R.D. 1218 del 12 Maggio 1863, emanato dal re d'Italia Vittorio Emanuele II, San Ferdinando cambia nome e diventa Nizza Sicilia in onore dell' Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi, il quale già l'aveva così chiamata nel 1860 in una sua ricevuta rilasciata a una delegazione di sanferdinandesi, che gli aveva consegnato un contributo in denaro per la causa nazionale.
Nel 1929, in seguito al R.D. 655 del 28 Marzo, Nizza diventa frazione di Roccalumera e lo sarà fino al 3 Dicembre 1948, data in cui riacquista la sua autonomia grazie alla Legge Regionale Siciliana n. 42.

 

 

 

 

NIZZARDI NELLA STORIA

Il colonnello Giovanni Interdonato, al quale Nizza nel 1949 ha dedicato la piazza che prende il suo nome e nel 1998 un busto in bronzo realizzato dallo scultore Alfio Busà, è senza dubbio il personaggio storico più interessante di questo comune.
Nacque nel 1813 da Paolo, possidente, e da Angela Coglitore nella casa di fronte al convento dei Padri Francescani Paolotti, che sorgeva sulla strada Provinciale (oggi via Umberto I) della antica Marina di Roccalumera. Partecipò ai moti rivoluzionari del 1848/49 con il grado di colonnello. Dopo la riconquista della Sicilia da parte dei borboni fuggì a Malta insieme al fratello Stefano e ad altri patrioti. La notte fra il 19 e il 20 maggio 1854 lasciò quell'isola insieme a Giuseppe Scarperia e il 24 sbarcò in Sicila a Mena (territorio di Alì). Si nascose nella casa del padre. Quattro giorni dopo la casa fu circondata dalla polizia borbonica, ma egli sfuggì all'arresto grazie all'intervento del diciassettenne marchesino Pietro Mauro. L'Interdonato insieme allo Scarperia e al Mauro si ritrovarono in collina nel bosco di Roccalumera, dove decisero di separarsi. Il Mauro fu arrestato subito dopo, mentre tentava di raggiungere Fondachello, gli altri due invece si nascosero nel bosco di Tremonti in territorio di Aci-Reale e dopo alcuni giorni si arresero alla polizia borbonica. I tre furono rinchiusi nella Cittadella di Messina e furono condannati dalla Gran Corte Criminale di quella città a trenta mesi di carcere (Interdonato e Scarperia) e a due anni (Mauro), pene da scontare a Palermo. Dopo aver scontato la pena l'Interdonato fu inviato in esilio nell'isola di Ustica, che egli lasciò nel 1860 subito dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Egli partecipò quindi alla liberazione della Sicilia dai Borboni, e ritornò nel suo paese natio, dove si dedicò alla gestione del patrimonio di famiglia e rivestì la carica di sindaco dal 1877 fino alla morte, avvenuto l'8 febbraio 1889 all'età di 75 anni.

Don Gaetano Interdonato Longo (1865-1931) - Figlio del colonnello garibaldino Giovanni Interdonato e di Teresa Longo, ricoprì la carica di Sindaco del comune di Nizza di Sicilia. Fu campione mondiale di tiro al piccione al Grand Prix di Montecarlo nel 1926, colpendo 14 piccioni su 14 e superando 170 concorrenti provenienti da tutto il mondo, tra cui il messinese D’Amico e il francese Honoré Gujot. La cronaca ce lo presenta così: “Il suo aspetto atletico ispira il senso e il fascino della forza e attrae alla sua simpatia”. Al suo fascino non resistette per esempio una spettatrice del Grand Prix, che al settimo piccione lasciò la tribuna per avvicinarlo e offrirgli un mazzo di rose come si usava fare ai vincitori. Al 14° piccione quella signora andò ad abbracciarlo piangendo di commozione. La città di Montecarlo gli eresse un busto a ricordo della sua vittoria. La passione per lo sport lo portò spesso fuori di Nizza e fu la causa della sua sconfitta alle elezioni amministrative del 1914. Per lo stesso motivo perse anche le elezioni provinciali contro l’avvocato Salvatore Isaja, e ciò ispirò una bellissima poesia dialettale al poeta nizzardo Giovanni Micalizzi.

Giuseppe Santoro (1864 - 1900), Ottavo di nove figli, nacque a Nizza di Sicilia in una casa del quartiere S. Francesco di Paola alle spalle della chiesa omonima. Piuttosto giovane si trasferì a Messina dove lavorò come esattore presso la tipografia D’Amico, poi come “pulitor di corazze e marionettista” nell’opira di pupi del puparo don Peppino Grasso. Si fece conoscere dal pubblico messinese improvvisando spettacoli nelle piazze e nei caffè e intrattenendo gli spettatori negli intervalli tra una rappresentazione di pupi e le successive. Aveva una bella voce da tenore, che sfruttò agli inizi della sua carriera artistica, come corista del teatro Vittorio Emanuele e successivamente come tenore utilité nella compagnia di Raffaele Scognamiglio. In questo ruolo riscosse un gran successo al teatro La Pergola di Firenze nella rappresentazione di “La figlia di Madame Angot”.
Ammalatosi di TBC polmonare, si limitò a recitare quasi esclusivamente nella Città dello Stretto, a Catania e a Reggio. Il suo teatro preferito era il “Goldoni”, che sorgeva dietro la Regia Intendenza di Finanza in via Oliveto, che egli sul finire dell’Ottocento, improvvisatosi impresario teatrale, rimodernò e ribattezzò “Umberto I”. Peppino Santoro fu uno degli ultimi rappresentanti della Commedia dell’Arte. Su di lui esiste una ricca aneddotica, che ce lo tramanda burlone, ironico, sorprendente, poliedrico. Egli si presentò spesso sulla scena nei panni di Ninu ‘u babbu , una maschera divertentissima di scemo-furbo, che gli assicurò notorietà e simpatia tra il pubblico messinese, che lo seguì nelle sue rappresentazioni con slancio e affetto fino alla fine della sua breve esistenza. Conobbe e lavorò per pochi giorni con il comico catanese Angelo Musco.

Tore Edmondo Calabrò (1891-1964), Tore Edmondo Calabrò, scultore, pittore e ritrattista, nacque a Nizza di Sicilia, in provincia di Messina il 26 maggio 1891. Fu nel laboratorio di lavoro della casa paterna, di fronte al grande palazzo del barone Nicotina che il giovane Salvatore, osservando il padre ed il fratello maggiore mentre scolpivano il marmo, apprese i primi rudimenti di quell’arte che da adulto gli avrebbe permesso di collocarsi tra gli artisti più famosi della provincia di Messina.
Nel vano della casa di Nizza, ingombro di arnesi di lavoro, di lastre di marmo, di schizzi, di disegni, di calchi di gesso, il giovane “Turiddu” imparò a modellare e impastare il gesso, e a ricoprire i busti essiccati per ricavarne la “forma”. La ristrettezza mentale ed economica dei tempi e forse anche la mancanza di determinatezza personale non gli permisero di frequentare un corso di studi superiori per acquisire una cultura ampia ed eterogenea, carenza questa che egli, divenuto più grande cercherà di colmare da autodidatta.
In questo processo di recupero egli si sentirà prevalentemente attratto dagli studi scientifici (avendo a modello il grande Leonardo da Vinci) e dalle indagini storiche e letterarie; ma soprattutto dalla scoperta del vasto, affascinante arenario dell’arte figurativa.
Una svolta importante nella sua vita artistica fu assistere ai tradizionali festeggiamenti del Mezzagosto in onore della Madonna Assunta a Messina, in occasione dei quali vide avanzare i due giganti di cartapesta, Mata e Grifone. Da quel giorno, Turiddu tra le mura della casa paterna di Nizza, non sognò altro che ritornare nella città dello stretto diventando la sua prima tappa di evasione dal paese nativo. Vagando alla scoperta di Messina, per le cui strade sentiva spaziare il suo spirito e il suo anelito di libertà, era attratto soprattutto dalla zona del Porto. La vista di quelle navi, di quei bastimenti mercantili accanto al molo, gli rievocava i suoi primi incantamenti al passaggio delle lontane navi sul mare di Nizza, delineate sullo sfondo dei monti azzurrini della Calabria, quando egli bambino era irresistibilmente trascinato su quella spiaggia dall’arena chiara e luminosa.
Egli non immaginava allora che come tanti illustri artisti del passato avrebbe lasciato i segni della sua creatività, non soltanto in Italia, ma anche in Sud America, e soprattutto nella sua amata Messina. Non immaginava che durante la sua futura vita d’ artista avrebbe creato tante opere sacre, eseguite con grande perizia in tele e affreschi nelle chiese della sua isola. Tra queste l’opera che più contribuì a rendere nota la sua maestria professionale, fu senza dubbio la statua della Madonna delle Lettere che modellò nel 1934. La famosa statua, alta sette metri e riprodotta in bronzo dorato, è situata sopra un alta stele, all’apice della falce del porto di Messina, nella zona del forte del San Salvatore. Divenuta simbolo della città e della stessa Sicilia, la “Madonnina dei Messinesi” sembra salutare chi, nel lasciare l’isola le passa accanto sopra un ferry-boat o a bordo di un moderno aliscafo che attraversa lo stretto per approdare nella vicina Calabria e sembra accogliere con gioia chi giunge nella sua Sicilia e sente la nostalgia della sua terra.
Morì all’età di 73 anni il 25 agosto 1964.

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